La Lamentela


 

 

Quando si è bambini – ma può accadere a tutte le età -, e la sera ci si accinge al letto, la mamma – o il partner – ci indica il bagno dicendo: «prima di metterti sotto le coperte ti devi lavare i denti.» Questo il bambino non lo prende affatto bene, poiché gli viene imposta una condizione che disturba la voglia di mettersi a letto subito, quindi batte i piedi e si lamenta.

 

L’azione del lavarsi i denti dovrà compierla comunque, altrimenti non toccherà il letto, ma decide (a livello inconscio) di allungare il tempo che lo separa dalle lenzuola perdendolo nel lamento e ad elencare tutte le ragioni per cui potrebbe andare bene lo stesso non lavarseli e andare direttamente a dormire.

 

Con questo esempio salta agli occhi che, la lamentela, non è solo una perdita di tempo, ma è anche dannosa ed auto-sabotante per chi la adopera.

 

Il lamento è una spirale discendente che crea un circolo vizioso con sempre più incremento di lamentela e giudizio: più mi lamento e più cresce il senso di “giusto e sbagliato”, più trovo situazioni di cui lamentarmi e più attiro persone che si lamentano, così posso lamentarmi meglio… per finire alla sua “ottava” più affinata che è il lamento del lamento: mi lamento del fatto che tutti si lamentano, o che io stesso mi lamento!

 

Un fatto accaduto o che si sta verificando, è essenzialmente neutro, senza alcuna carica. Quindi, se non posso evitarlo, o lo modifico e mi dedico a creare una soluzione alternativa, oppure lo accetto così com’è. Tutto ciò che sta in mezzo tra il trovare una soluzione, il poter evitare una certa situazione e l’accettazione della stessa, è in più… ed è questo che crea frustrazione: un qualcosa che non esiste!

 

Il Maestro Yoda dice: «Fare o non fare

Io aggiungo: «non c’è il lamentare!»

 

All’inizio di un lavoro sul giudizio e di conseguenza sulla lamentela, notiamo subito che è impossibile fermare le critiche, proprio perché sono così insite in noi che sono più veloci di noi. Quindi si può entrare in uno stato di frustrazione. Ma noi, che siamo scaltri alchimisti, sappiamo che possiamo utilizzare ogni singola situazione per aprire il cuore, dunque non ci demoralizziamo e compiamo un passo per volta:

 

  • Punto uno

osservo il fatto che non ho mai osservato la quantità di lamentela e giudizio presenti in me, pur essendoci sempre stati.

 

  • Punto due

mi limito a osservare con sempre maggior cura e con neutralità, che giudico e mi lamento.

 

  • Punto tre

se riesco, provo a non esprimere il giudizio e a non lamentarmi, pur sentendoli all’interno, altrimenti, se non posso fare a meno di lamentarmi, provo a farlo coscientemente. Magari gonfiando questa lamentela e portandola al suo estremo (vi accorgerete che diventerà ridicola da sola). Insomma: recitiamo il lamento.

 

  • Punto quattro

pur sentendo che ci potremmo lamentare, ci dedichiamo alla creazione di una soluzione. Utilizzeremo l’energia (fuoco) stimolato dalla lamentela per un’azione mirata e, magari, risolutiva. Altrimenti, non potendo trovare una soluzione, rimaniamo in sacro Silenzio.

 

  • Punto cinque

dopo che i punti sopracitati sono la mia normale quotidianità, realizzo che non può esserci nulla di essenzialmente giusto o di essenzialmente sbagliato, ma vedo con estrema certezza che esistono solo dei fatti che accadono.

Qualsiasi cosa successa è neutra e necessaria, altrimenti non sarebbero accaduta. Questa “visione” è in realtà una certezza – abbiamo occhi per vedere – e la commozione per un qualsiasi fatto è immensa, si faticherà a trattenere le lacrime.

 

Questi sono i punti che potrebbero guidarci nel lavoro di bellezza, consci del fatto che, come dice il Maestro Morya: «Non è del tutto esatto dire che la bellezza salverà il mondo. È più giusto dire che lo trarrà in salvo la comprensione del bello.»

 

Ecco un video di Marco Montemagno che accompagna il post, dando un esempio di vita vissuta sul tema.

Buona visione!

Fabio Iacontino

 


 

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